La mostra Il respiro tra le cose di Paolo Giudici e Sally Verrall a cura di Emanuele Salvagno verrà inaugurata sabato 15 Novembre alle ore 18.00.
La mostra, aperta al pubblico fino a venerdì 9 Gennaio 2026, prosegue il ciclo di mostre fotografiche per la promozione dei fotografi emergenti che sin dalla nascita della galleria ne contraddistingue l’offerta culturale.
Due serie: Frames, collage di Sally Verrall e The Sentinels, fotografie di Paolo Giudici, si incontrano come due forme di resistenza al tempo: una nel dominio dell’interiorità e dell’immaginazione, l’altra nella lentezza minerale della memoria collettiva. Entrambe interrogano lo spazio come soglia — un luogo che non è mai del tutto visibile, ma che si rivela nel movimento oscillatorio tra presenza e assenza.
In Frames, l’immagine nasce da un atto di costruzione fragile: fotografie di modelli in impiallacciatura di legno, ricombinate digitalmente in una dimensione che dissolve la distinzione tra piano e volume. Verrall traduce il linguaggio del legno — materia che vive di strati, di venature, di respiri trattenuti — in una grammatica della percezione. Le sue superfici diventano membrane di passaggio, dove la luce si piega e la profondità si finge. Come nel Cubismo, la prospettiva si moltiplica, ma non per frammentare la realtà: piuttosto per permettere allo sguardo di sostare tra due dimensioni, di respirare nello spazio che si crea dal loro slittamento.
È qui che emerge un tempo del Kairos: il tempo dell’occasione, dell’attimo sospeso in cui il pensiero si fa forma. Ogni collage di Verrall è una soglia mobile, una “camera di eco” tra il mondo tangibile e quello dell’immaginazione — un luogo tra quelli descritti da Gaston Bachelard, dove la materia si fa poesia, e lo spazio si trasforma in casa della memoria sensibile.
In The Sentinels, Giudici adotta un gesto opposto ma complementare. Le sue fotografie, ai limiti della laguna veneziana si muovono nel dominio del Kronos, il tempo lineare che misura, registra, conserva. I cippi di pietra — un tempo confini amministrativi della Serenissima — emergono ora come reliquie di un ordine smarrito, corpi immobili in un paesaggio che muta incessantemente.
Eppure, questa staticità non è muta. Le pietre sembrano respirare un tempo più profondo, ciclico, in cui la storia dell’uomo si intreccia a quella dell’acqua. Come scrive Yi-Fu Tuan, “lo spazio diventa luogo quando vi si investe affetto”, e in Giudici lo spazio della laguna è intriso di topofilia, un sentimento di appartenenza che resiste alla cancellazione. Le sentinelle non sono solo segni di confine, ma testimoni di una relazione: quella tra la città e il suo elemento vitale, tra il visibile e ciò che lentamente scompare sotto la superficie.
Se in Verrall il confine è un atto percettivo — un varco che si costruisce nel pensiero — in Giudici esso è memoria sedimentata, un limite che custodisce il senso della durata. Le due ricerche dialogano così come place e space in Michel de Certeau: la prima vissuta, percorsa, continuamente reinterpretata; la seconda definita, cartografabile. L’una è soggettiva e onirica, l’altra oggettiva e storica; ma entrambe rivelano come ogni spazio sia, in fondo, una costruzione mentale e affettiva, un equilibrio instabile tra ordine e deriva.
In questa tensione, il confine si trasforma in metafora dell’identità: non più barriera ma soglia, luogo dell’incontro tra forze opposte. Verrall lavora sulla piega, sullo scarto percettivo che apre lo spazio alla possibilità; Giudici sull’attesa, sulla permanenza del limite che il mare lentamente erode ma non cancella. Entrambi evocano un pensiero del vuoto — un’eco delle filosofie orientali — dove l’intervallo tra le cose diventa condizione stessa dell’esistenza.
Così, la materia fotografica si fa luogo di meditazione: nel legno di Verrall si ascolta il respiro dell’occasione, nella pietra di Giudici la gravità della durata. Il loro dialogo disegna un paesaggio interiore in cui Kronos e Kairos si intrecciano, non come opposti ma come due modalità di abitare il tempo. L’una dilata l’istante fino a farne esperienza, l’altro sedimenta la memoria fino a renderla spazio.
Alla fine, resta la domanda su quale sia oggi il nostro spazio personale: quello che costruiamo con la mente o quello che ereditiamo nella materia? Forse — come suggerisce Kant, per cui spazio e tempo sono forme della sensibilità — non c’è distinzione: siamo noi stessi il campo in cui avviene la trasformazione.
Tra le vene del legno e le pietre dell’acqua, l’opera di Verrall e Giudici ci invita a riconoscere lo spazio come una condizione in divenire: fragile come un riflesso, ma capace di durare quanto la memoria che lo abita.
Emanuele Salvagno






Paolo Giudici
È un artista italiano che lavora con la fotografia e il video. Dopo la laurea in Filosofia presso l’Università di Padova, ha studiato fotografia alla Kingston University e al Royal College of Art di Londra. Ha continuato a sviluppare la propria ricerca fotografica mentre completava il dottorato e lavorava come artista-ricercatore presso l’Orpheus Institute di Gand. Ha esposto al Centro Nazionale di Fotografia. Dal 2016 vive e lavora a Padova.
https://www.paologiudici.com
Sally Verrall
È un’artista britannica che lavora con la fotografia e il collage. Crea composizioni scultoree e ne ricompone le prospettive fisse per esplorare l’interazione tra superficie e profondità all’interno dell’immagine. Dopo il Master in Fotografia al Royal College of Art di Londra, ha ricevuto il Photographers’ Gallery Graduates Award e ha proseguito la sua attività negli Stati Uniti. Dal 2016 vive a Padova, insieme al marito, ai tre figli e al cane.
https://www.sallyverrall.com

Sede: via Giorgione, 24 – 35020 Albignasego (Padova)
Quando: Sabato 15/11/25 dalle 10:30
Orari: lun-ven 10-19 | ingresso libero previo appuntamento
Per ulteriori info sull’evento, contatta Emanuele al 328 6856621 oppure via mail info@spaziocartabianca.it
